Nel corso dell’ultimo anno in molti hanno posto l’accento, in maniera più o meno incisiva, sullo sviluppo sostenibile e sul rinnovato interesse ecologico che ha pervaso gli animi dei consumatori più attenti. Tuttavia, quel che solitamente si dimentica di evidenziare è proprio il necessario cambiamento che il mercato sarà costretto a imporre a sé stesso per “sopravvivere”.

DALLA BROWN ECONOMY ALL’ECONOMIA CIRCOLARE:

L’economia tradizionale (la c.d. Brown Economy) può essere descritta come una struttura a carattere lineare impostata secondo un modello diacronico così sintetizzato: produci, usa, getta. Una tale definizione sembra essere del tutto in sintonia con quello che è stato sapientemente definito come il “paradigma meccanicistico”, tipico e proprio del “mondo come macchina” che ospita infiniti operatori economici mossi dalla fede incrollabile nella illimitatezza delle risorse offerte dal pianeta.

Con la drammatica esplosione del problema ambientale (riscaldamento globale, assottigliarsi della fascia di ozono, deforestazione etc.etc), si è progressivamente acquisita consapevolezza dei limiti dello sviluppo e, conseguentemente, almeno nei programmi e nelle elaborazioni di scienza e politica, si è approdati ai lidi, tanto incerti quanto suggestivi, della c.d. Green Economy. Questa, se da un lato si presenta come un progetto generale e globale di rimodulazione dei processi economici, dall’altro si limita ad intervenire positivamente su singoli comparti e settori, correttamente selezionati e privilegiati in quanto strategici, senza tuttavia spingersi a conformare con interventi attivi il ciclo economico e, soprattutto, il modo di organizzarsi dei cicli produttivi, e dunque dei fattori di produzione in vista del raggiungimento di più elevati standard di protezione dell’ambiente. Ed è proprio nel tentativo di colmare questo GAP che si consuma un ulteriore, e forse più radicale, passaggio: la Green Economy si trasforma in Blue Economy, ossia in economia circolare. Infatti, seguendo i sentieri già tracciati, il nuovo approccio economico cerca di riorganizzare le modalità concrete di produzione concentrando tutti gli sforzi al recupero, riuso e riciclo dei materiali e delle materie prime, nobili e meno nobili, suscettibili di reiterate utilizzazioni.

La definizione forse più usuale e corrente di economia circolare è sicuramente quella elaborata dalla Ellen MacArthur Foundation, stando alla quale l’economia circolare è: “… un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro. Nell’economia lineare, invece, terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento”.

IL PIANO D’AZIONE EUROPEO SULL’ECONOMIA CIRCOLARE

Nel marzo 2020 la Commissione europea ha proposto un piano d’azione sull’economia circolare e si è soffermata principalmente sulla prevenzione dei rifiuti e sull’ottimizzazione della loro gestione, individuando sette aree chiave: plastica, tessile, rifiuti elettronici, cibo e acqua, imballaggi, batterie e veicoli, edifici e costruzioni. Il 10/02/21 il Parlamento europeo ha approvato il piano d’azione chiedendo però regole più ferree su consumo e riciclo e una valutazione d’impatto globale per ciascuna proposta legislativa (nazionale o meno che sia). Quel che merita essere evidenziato è il riferimento al mercato agroalimentare che, da solo, ogni anno genera circa 88 tonnellate di rifiuti (il 50 % dei quali proviene dalle famiglie e dai consumatori). A scanso di equivoci, i rifiuti alimentari hanno un considerevole impatto ambientale, pari a circa il 6% delle emissioni totali di gas a effetto serra dell’Unione europea. Dunque, per poter parlare davvero di rivoluzione in chiave ecologista è necessaria una evoluzione dell’approccio al mercato, ad esempio ripensando le modalità di imballaggio degli alimenti o sfruttando le nuove tecnologie per la conservazione degli stessi. Insomma, le imprese sono chiamate a ridurre la loro impronta ambientale e questa sarà l’unica via che permetterà loro di restare innovative e competitive sul mercato globale.

Valerio Amelina | Bucci srl
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